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CONDANNATI A VINCERE. PER SEMPRE?

Se per una sola volta ci guardassimo alle spalle e analizzassimo con attenzione quanto la storia nerazzurra ci ha regalato negli ultimi anni, non potremmo onestamente lamentarci: l’Inter è pressoché costantemente in testa dal 2006. Stiamo...

Sabine Bertagna

Se per una sola volta ci guardassimo alle spalle e analizzassimo con attenzione quanto la storia nerazzurra ci ha regalato negli ultimi anni, non potremmo onestamente lamentarci: l’Inter è pressoché costantemente in testa dal 2006. Stiamo parlando di quasi quattro lunghi anni, senza considerare quelli in cui probabilmente la squadra avrebbe potuto raccogliere qualche soddisfazione in più. Se solo il sistema lo avesse permesso! Eppure a qualcuno non va ancora bene. Domenica sera i nerazzurri hanno giocato una partita piatta. Vero. Per una volta privi di stimoli e di concentrazione. Beh, a qualche scienziato assiepato sugli spalti di San Siro è scappato anche qualche fischio. Va bene tutto, la partita era obiettivamente di una noia palese e l’idea di poter allungare sui cugini rendeva irrequieto il pubblico già scalpitante. Ma un pareggio, anche giocato così male, ci può stare. O no? Quei tifosi che si sono permessi di fischiare dimenticano una serie sostanziosa di fatti ed eventi. Primo. Il non gioco di alcuni anni fa, e non stiamo parlando di decenni. Di quando i lanci lunghi annullavano l’esistenza di un centrocampo e si prolungavano speranzosi verso la testa dei vari Bobo posizionati in attacco. Secondo. La pressione mediatica che ci hanno tatuato come una seconda pelle da quel famoso dì in cui Calciopoli divenne una realtà, convertendo le ipotesi fantastiche in qualcosa di innegabile. Il primo anno del dopo-Moggi dovevamo vincere perché se non avessimo vinto allora che la Juve era in Serie B, quando sarebbe mai più capitato? Il secondo anno dovevamo vincere perché la Juve era una neopromossa e il Milan un avversario non all’altezza. Il terzo anno obbligatorio vincere perché Moratti si era regalato Mourinho; come se un lauto stipendio non concedesse alternative. Vittoria o muerte. Nessuna attenuante naturalmente per un mister proveniente da un altro campionato e in generale da un altro mondo. Ed eccoci ad oggi. Si deve vincere. E basta. Perché siamo la squadra più forte, una potenza devastante e senza rivali. Anche di più. Se poi non vinciamo anche la Champions la nostra sarà un’annata fallimentare. Calma. Se è sicuramente vero, come ha affermato anche Mou, che stare davanti rappresenta di base un vantaggio è altrettanto vero che difendere la vetta con una folla che invoca la tua caduta non è psicologicamente distensivo. Abbiamo pareggiato quattro volte nelle ultime cinque partite è per tutti è crisi Inter. Cerchiamo di essere quantomeno obiettivi. Quando si parla di gioco la stampa tende in generale ad essere molto larga nei confronti di tutte le papabili anti-Inter, un po’ meno nei confronti della capolista. Se poi volete parlare della partitaccia di ieri siamo tutti d’accordo. I fischi però sono un’espressione becera di gente che ha presto dimenticato come giocasse l’Inter neanche troppo tempo fa. Di gente ingrata, che ha potuto festeggiare scudetti consecutivi e che vorrebbe vincerli sempre. Cosa che sappiamo non essere possibile. L’Inter di quest’anno fa paura. Ha saputo dimostrare insieme al suo direttore d’orchestra portoghese che cosa significhi il termine gruppo. Lotta ad oltranza. Volontà di non arrendersi mai. Alla voce del dizionario “tutto è possibile” c’è il derby giocato a gennaio. Il pareggio con la Samp. La trasferta a Udine. E poi andiamo allo stadio in una fredda serata di marzo e ci tocca sentire il cretino che fischia Eto’o piuttosto che Sneijder. La verità a volte fa male, ma qualcuno ve lo dovrà dire prima o poi. Non possiamo vincere sempre. 

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