editoriale

ARRIVEDERCI MOU…

Non vogliamo parlare di addio. In questo momento l’insostenibile scarica di emozioni non ce lo permette. Come potremmo? Josè ci ha portato in cielo, dopo che ce lo aveva indicato dal basso dicendoci che sarebbe stato nostro. Non siamo pronti a...

Sabine Bertagna

Non vogliamo parlare di addio. In questo momento l’insostenibile scarica di emozioni non ce lo permette. Come potremmo? Josè ci ha portato in cielo, dopo che ce lo aveva indicato dal basso dicendoci che sarebbe stato nostro. Non siamo pronti a separarci da lui. Ma il punto non è questo. Il punto è che non lo saremmo mai stati. Né ora, né mai. Possiamo intuire, avendo imparato a conoscere Mou, che cosa gli frulli per la testa. Non si tratta di soldi, come vorrebbero subito insinuare le malelingue. Si tratta di qualcosa di diverso. L’amore per la sua professione e per il calcio in generale e la continua ricerca della perfezione nei dettagli. Del completamento dei sogni più nascosti e irraggiungibili. Il capolavoro realizzato quest’anno non ha termini di paragone nella storia italiana del calcio. Nessuno ha mai fatto come lui. Josè Mourinho, il bravo comunicatore, il “pagliaccio”, il provocatore, ha vinto tre tituli nello stesso anno. Maggio è stato un mese indimenticabile. Certo, fossero tutti così i mesi, dovremmo farci ricoverare. Sofferenza. Pressione. VINCERE! Un pensiero fisso, che accompagnava noi come anche il nostro condottiero. Agguantato un titulo non c’era il tempo tecnico per goderselo. Bisognava subito pensare al successivo. Questo è il calcio, questa è la vita. Resistere. E affondare il colpo finale per un sogno che valeva decenni di attesa. Josè si è insinuato nella pelle dei tifosi nerazzurri come una droga che crea dipendenza. Ha fatto dell’Inter la sua causa personale. Ha coinvolto i tifosi, li ha scossi e li ha trascinati. Ma soprattutto li ha cambiati. Ha insegnato loro che gioire per la propria squadra non era solo un diritto, ma anche un dovere. Il dovere di sostenerla nei momenti più felici e in quelli più difficili. Ha creato intorno ai suoi ragazzi una cortina di polemiche delle quali ha sempre risposto e per le quali ha sempre pagato in prima persona. Chi è Josè Mourinho? Per rispondere a questa domanda ci viene in mente il Mou che mostra il segno delle manette, quello che scatta a Kiev per andare ad abbracciare Julio Cesar, quello di Barcellona con il dito a toccare il cielo. Ma uno solo sarà il Mourinho che non dimenticheremo mai. Quello di sabato sera a Madrid in lacrime. Il guerriero che getta l’armatura adoperata in guerra per abbandonarsi ai sentimenti. Il genio che è anche e soprattutto uomo. Se pensiamo a tutto questo è ancora più difficile realizzare che Mou se ne andrà. Che dopo averci dato quello che gli avevamo chiesto ci abbraccerà e riprenderà il viaggio verso nuove conquiste. Verso nuove vittorie. La parola chiave si chiama sfida e il segreto è volersi sempre mettere in gioco. Di questo a Mou non possiamo proprio fare una colpa. Gioia e dolore si sono mescolati nella notte che ha segnato un cambiamento nella storia dell’Inter. Quante dolorose date sono state cancellate in questo mese? Uno dei regali più preziosi è proprio questo. L’aver voltato pagina. Il futuro? Lo lasciamo agli indovini. Ora è decisamente tempo di godersi il presente. Così come è venuto. Dire che Mou ci mancherà è di un’ovvietà fin troppo banale. Che sarà insostituibile pure. Gli chiediamo solo una cosa. Non ci dimenticare. Mai. Noi non lo faremo. E non diciamoci addio. L’arrivederci è già fin troppo doloroso. Questo è il calcio. Questa è la vita…GRAZIE JOSE’. 

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