editoriale

CARO LIPPI, THE CLASS IS NOT WATER

Probabilmente non esiste un modo bello di perdere. Soprattutto quando si tratta di salutare i Mondiali nella fase iniziale. Lippi raccoglie i pezzi, si prende le colpe e se ne va. Troppo facile, verrebbe da dire. Sì, perché questa nazionale non...

Sabine Bertagna

Probabilmente non esiste un modo bello di perdere. Soprattutto quando si tratta di salutare i Mondiali nella fase iniziale. Lippi raccoglie i pezzi, si prende le colpe e se ne va. Troppo facile, verrebbe da dire. Sì, perché questa nazionale non è così da ieri. Anche se il mister con i capelli bianchi aveva tentato di convincerci del contrario. Durante l’anno, dopo una delle solite prove non particolarmente esaltanti si era anche infuriato, dicendo che era vergognoso fischiare i suoi ragazzi intimandoli di andare a lavorare (e noi già allora due consigli glieli avevamo suggeriti http://www.fcinter1908.it/?action=read&idnotizia=120 ). Abbiamo parlato per un anno intero della convocazione di Cassano e poi di quella di Balotelli. Per un anno il ct azzurro ha glissato ogni tipo di confronto con chiunque. Ovviamente anche se la nazionale è storicamente del popolo, non è compito del popolo fare le convocazioni e schierare gli uomini in campo. Quindi non portare Cassano, Balotelli e Miccoli è una scelta, non condivisibile, ma rispettabile. Il problema è quando decidi di fondare la squadra sul blocco principale del gruppo che più ha deluso in questo campionato, classificandosi al settimo posto. Qual è stata la giustificazione lippiana? Il gruppo. Già, il gruppo. Ma quale? Quello di ieri pomeriggio? O quello contro la Nuova Zelanda? Quello che abbiamo visto in questo Mondiale era l’ombra di un gruppo. Un’accozzaglia di buone intenzioni, prive della formula magica che le avrebbe potute tradurre in azioni. Idee. Reti. Una nazionale abulica, sconclusionata, insicura. Una difesa imbarazzante. Un centrocampo ininfluente. Un attacco impalpabile. Uno schema che sembrava lasciare ai singoli la responsabilità del guizzo vincente. Troppo poco.

Lippi è stato paragonato recentemente a Mourinho. Premesso che ad un interista una affermazione di questo genere potrebbe suonare come una bestemmia, da quando Mou se ne è andato dall’Inter e da questo paese ipocrita, i paragoni con il portoghese si sprecano. Josè è improvvisamente diventato un modello di vita. Lippi chiude gli allenamenti al pubblico? Metodo Mourinho. Si rifiuta di portare Balotelli in Sudafrica? In linea con il polso fermo di Mou. Beh, per costruirsi una credibilità impuntarsi solo per il gusto di impuntarsi è inutile. E piuttosto infantile. Mister Josè Mourinho ha pagato ogni singola parola, frase e pensiero elaborato. L’ha fatto di fronte ad una platea mai cheta, nemmeno davanti alle vittorie. Ne ha dovuto rispondere in un clima che lo additava come lo straniero arrogante venuto in Italia a insegnare come si gioca a calcio. E a vedere la nazionale ce ne sarebbe bisogno di allenatori come lui, che ci insegnano a giocare a calcio. Lippi ha interpretato (male) solo una parte del personaggio di Mou. La parte arrogante. Quella che due settimane fa ci aveva ricordato come, questa volta, non ci avrebbe fatto salire sul carro dei vincitori. Non ce ne è stato bisogno. Si chiude un’era oggi, nel peggiore dei modi. Un’era, che nell’ultimo anno aveva assunto le sfumature della dittatura. E non si chiedeva certamente a Lippi di centrare la vittoria del mondiale. Solo un paio di desideri infantili. Poter assistere ad una partita di calcio degna di quel nome. Appassionante. Con un gioco. Perché lo sbaglio più macroscopico di Marcello Lippi è stato proprio questo. Rendere antipatica l’unica cosa in grado di mettere d’accordo un paese sconclusionato come il nostro. La nazionale.  

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