editoriale

QUALE IL PREZZO DI UN ATTIMO DI PACE?

Oggi, dopo una cosa come tre stagioni (a grandi linee), l’Inter non è più in testa alla classifica. Una Roma, che la insegue da quasi due anni e mezzo, l’ha sorpassata e si è accomodata in testa al treno, pervasa da una devastante euforia....

Sabine Bertagna

Oggi, dopo una cosa come tre stagioni (a grandi linee), l’Inter non è più in testa alla classifica. Una Roma, che la insegue da quasi due anni e mezzo, l’ha sorpassata e si è accomodata in testa al treno, pervasa da una devastante euforia. I dati, uniche certezze sulle quali in questo paese si riesce ancora ad essere in accordo, parlano di un girone di ritorno nerazzurro sottotono e pericolosamente proteso al suicidio: solo 22 punti contro i 35 raccolti all’andata. Di contro la squadra giallorossa era partita con palesi difficoltà (alle quali solo Mourinho aveva dato il giusto peso) per poi recuperare nel girone di ritorno con un andamento sprint (con la partita di oggi 36 punti). TANTA STANCHEZZA. Le colpe dell’Inter ci sono ed è inutile nascondersi dietro a presunte dietrologie. La squadra fatica da gennaio a trovare risultati positivi, segna di meno e subisce di più. Come tutte le squadre patisce infortuni e squalifiche. La storia della rosa più folta d’Italia è però da smentire categoricamente. Date un’occhiata alle riserve del Barca e poi riparliamone. Tanta la stanchezza, che sembra pesare soprattutto su alcuni giocatori “costretti” a giocare sempre (Diego Milito su tutti) e togliere loro la abituale lucidità. E poi deconcentrazione e leggerezza in alcune occasioni. La marcia in più di chi è in testa è dettata dall’autostima costruita sull’abitudine a vincere. Dalla consapevolezza delle proprie capacità. Ultimamente ci sono state delle insicurezze, dei tentennamenti. E i nerazzurri hanno perso i punti di vantaggio, partita dopo partita. Forse ora, ceduto il passo ai giallorossi, l’Inter può aspirare ad una sana normalità. Per riprendere coscienza di ciò che è e soprattutto di ciò che vuole raggiungere in questo finale da cardiopalma. I tifosi, ora, aspettano una reazione…TUTTI CONTRO. E’ stato lo slogan di Mou, quello che in alcune partite ha permesso di dominare o gestire partite difficili in inferiorità numerica. Quell’essere soli contro tutti ha perso nel tempo la tensione giusta. Mou ha capito che parlare significava saltare le partite in virtù di pesanti classifiche. E quindi ha spento l’audio. Ma l’isolamento dei nerazzurri è rimasto. La stampa, un po’ per dare contro al portoghese reo di avere offeso in più occasioni l’ambiente italiano e un po’ perché l’Inter non è mai stata simpatica a nessuno (nemmeno quando perdeva, credetemi), cala fendenti a destra e a sinistra su casa nerazzurra. Non fa in tempo a esaurirsi il caso Balotelli, che nasce quello di Vieri che intima alla federazione di revocare lo scudetto assegnato all’Inter. Poi le intercettazioni. Poi quest’Inter che deve vincere sempre. Poi questa Champions che Mourinho non può non aggiudicarsi . Poi le illazioni (aspettiamo ancora le scuse) sul presunto biscotto con i viola. Poi l’esultanza di Ayroldi, guardalinee nella partita di sabato sera. L’Inter è lì che tenta di difendersi dai colpi. Vorrebbe sussurrare che forse non può vincere sempre e tutto. Vorrebbe far presente che è in semifinale di Champions (anche se alla nazione del ranking europeo non gliene può fregare di meno). Vorrebbe, ma nessuno l’ascolta. Sono tutti troppo impegnati a glorificare la tanto attesa nuova capolista. L’Italia intera è in festa. Noi raccogliamo i pezzi e sogniamo attimi di struggente normalità… 

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